Italia e Spagna hanno passato l’ultimo decennio a corteggiare le stesse persone: professionisti qualificati disposti a trasferirsi. Entrambe lo hanno fatto con un regime fiscale di favore. Il meccanismo, però, è diverso — e la differenza si vede solo quando fai i conti.
Due logiche opposte
La Spagna sconta l’aliquota. Il suo regime per lavoratori impatriati — quello che tutti chiamano legge Beckham — permette a chi si trasferisce di essere tassato come non residente: aliquota fissa del 24% sui redditi da lavoro fino a 600.000 €, e 47% sull’eccedenza. Sopra quella soglia il vantaggio evapora in fretta. Dura l’anno del trasferimento più i cinque successivi.
L’Italia sconta l’imponibile. Il regime impatriati non tocca le aliquote IRPEF: riduce la base su cui si applicano. Dopo la riforma entrata in vigore nel 2024, l’esenzione è del 50% del reddito di lavoro, con un tetto di 600.000 € di reddito agevolabile, per cinque periodi d’imposta.
La conseguenza pratica: in Spagna sai esattamente quanto pagherai, perché l’aliquota è fissa. In Italia continui a salire lungo gli scaglioni IRPEF, solo partendo da un imponibile dimezzato. Su redditi alti la progressività si fa sentire lo stesso.
La riforma del 2024 ha stretto parecchio
Il vecchio regime italiano era più generoso: esenzione fino al 70%, che saliva al 90% in alcune regioni del Sud, con estensioni possibili fino a dieci anni. Quella versione è finita. La nuova chiede requisiti più stringenti — tra cui un requisito di elevata qualificazione o specializzazione, un periodo minimo di residenza estera precedente più lungo, e l’impegno a restare residenti in Italia per un numero di anni, pena la decadenza con recupero delle imposte.
Quest’ultimo punto è quello che si legge meno e morde di più: il beneficio non è definitivo finché non hai completato l’impegno di permanenza. Chi rientra, usufruisce del regime e poi riparte dopo due anni può trovarsi a restituire quanto risparmiato, con interessi.
Chi ci guadagna davvero
Il regime spagnolo è più semplice da calcolare e più prevedibile su redditi medio-alti, ma esclude i redditi da lavoro autonomo salvo casi specifici — è pensato soprattutto per chi arriva con un contratto di lavoro dipendente o come amministratore.
Il regime italiano copre sia lavoro dipendente sia lavoro autonomo, il che per un professionista con partita IVA è una differenza sostanziale rispetto alla Spagna. In cambio chiede di più in termini di requisiti e vincoli.
Nessuno dei due è «migliore». Sono strumenti diversi per profili diversi, e la scelta dipende da come guadagni, non da quanto.
La domanda che viene prima di tutte
Prima di confrontare i due regimi c’è da stabilire una cosa: di quale paese sei residente fiscale. Un regime agevolato si applica a chi è residente in quel paese secondo le sue regole. Se il trasferimento è solo formale — l’iscrizione all’AIRE senza spostare davvero la vita — il regime non ti protegge da nulla, perché il presupposto per applicarlo non si è mai verificato.
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Fonti: D.Lgs. 209/2023 sul nuovo regime impatriati, Ley 35/2006 art. 93 e successive modifiche per il regime spagnolo. Questo non è un parere fiscale: i requisiti vanno verificati caso per caso.